In occasione dello scandalo di “Rule of Rose”, ho ricercato sulla rete pagine web, notizie, e soprattutto blog che ne parlassero. La cosa che mi ha incuriosito di più di questa piccola e modestissima indagine, è che al di fuori dell’ambiente informatico, è stato difficilissimo trovare qualcuno che difendesse obiettivamente dalle male lingue questo gioco. In questo caso, c’è da dire che tutto lo scandalo è nato da uno squallidissimo episodio di mala informazione. Il giornalista di Panorama (che molto probabilmente del gioco ha visto solo il filmato introduttivo), si è solo limitato a scopiazzare e a stravolgere una recensione scritta diversi mesi fa su un sito di videogiochi, inventandosi parecchie frottole sul gioco e “divertendosi” (se così si può dire) a inanellare una sequenza infinita delle solite banalità sul tema della violenza dei videogiochi. Perfino il ministro della giustizia avendo paura di perdere punti carisma al cospetto delle mamme inferocite, si è scomodato a bofonchiare qualcosa su una certa authority per monitorare questi passatempi “così violenti che vano in mano ai bambini”. Malgrado sia stato smascherato il caso di mala informazione, malgrado si sia spiegato che, sulle loro confezioni i giochi consiglino l’età giusta dei loro possibili fruitori, l’opinione più diffusa non è cambiata di molto. Nel pensare comune i videogiochi sono ingiustamente violenti, fanno leva sulla questa violenza e sui desideri reconditi degli adolescenti/bambini per vendere di più, sono stupidi, sono fatti solo per bambini al massimo per adulti che non vogliono crescere. Ma perché tutto ciò?
Io non sono ne uno storico ne un sociologo ne altro di simile, riferisco solo quello che vedo e che penso in proposito. Innanzi tutto, penso che nella nostra società, il pensare comune non ha ancora capito che ruolo estetico ha avuto ( e ha tuttora) la rappresentazione della violenza nei mezzi espressivi umani. Non dico che la violenza vada accettata sempre e comunque, dico solo che nella nostra società non viene mai “letta” per il significato che può avere in un contesto espressivo, ma sempre e solo “giudicata”. Su diversi blog, ho letto parecchi pareri di mamme inferocite e disgustate, che non si scagliavano solo sui videogiochi, ma non ammettevano a priori assolutamente nessun tipo di raffigurazione di violenza. Ripeto, che non sempre la violenza in un contesto espressivo è giustificata, ma quando lo è, pochi sembrano accorgersene. Questo è un pregiudizio pesantemente radicato e presente ben prima dell’arrivo di Internet dei videogiochi e dei nuovi media.
Parlando più in specifico nel nostro paese oggi, i videogiochi sono ancora vittima dei soliti pregiudizi: primo, un qualcosa che si chiama "gioco", secondo il pensare comune più diffuso, è qualcosa che viene associato automaticamente ai bambini e all’infanzia, quindi, cose scabrose e violente in un prodotto che dovrebbe essere "fatto per i bimbi", è da considerasi immorale. Secondo, di conseguenza la stessa parola "gioco” fa perdere completamente importanza e serietà al prodotto in questione, quindi, quando generalmente si pensa ad un Video-"gioco", non si pensa mai a un oggetto culturale che possa portare chissà quale profondo messaggio nella mente di chi gioca. E per finire, Nei Videogiochi, a differenza della letteratura, dell'arte, del cinema ecc... non si è solo semplici spettatori, ma si compiono delle azioni virtuali in un mondo virtuale, quindi, sempre secondo il pensare comune generalizzato, compiere azioni virtuali riprovevoli equivale a pensare di farle per davvero (se in GTA picchio le vecchiette per strada sono uno stronzo perché lo potrei fare anche nella realtà).
Io mi domando, come si può superare questi pregiudizi nel pensare comune? E’ un po’ una mia ossessione, forse perché mi interessa dimostrare che non sono un adulto che non vuole crescere (come mi hanno detto in un blog), o forse perché realmente vedo i videogames come degli oggetti culturali veri e propri, che, nel tempo, acquisteranno sempre più importanza. La situazione non è facile, perché prima di tutto bisogna analizzare questi oggetti culturali che abbiamo di fronte per tentare di capire qual è il loro linguaggio e come possono comunicare, una volta fatto questo, bisogna convincere chi è fuori da questo mondo, se non a capire, almeno a rispettare questo stesso linguaggio. Per queste cose di solito io guardo sempre al cinema, che a cercato e conquistato lentamente una sua “nobilitazione”. Il linguaggio del cinema oltre che esplicato da teorici e addetti ai lavori, si è ritagliato la sua fetta di importanza grazie al “costume”. Nel corso dei primi decenni del secolo l’usanza di andare al cinema si è estesa a tutte le fasce sociali dei paesi occidentali, e lentamente il suo linguaggio si è fatto strada tra il costume generale, tanto che oggi risulta appreso dalla totalità delle persone. Forse un giorno anche i videogiochi saranno sempre più radicati nel costume sociale, e il loro linguaggio sarà compreso da tutti, tanto da parere normale giocarci (in questo senso il fatto che l’età dei viedeogiocatori sia aumentata è un “buon segno”).